La proposta statunitense del 10 dicembre 2025 di ampliare la raccolta dei dati social media per i richiedenti ESTA solleva interrogativi che vanno oltre la dimensione tecnica o procedurale del controllo di frontiera. L’articolo analizza come l’uso delle espressioni online come input per sistemi decisionali istituzionali ridefinisca il confine tra sicurezza nazionale e diritti fondamentali. Attraverso un dialogo tra attualità normativa, ricerca sui sistemi intelligenti e immaginari della fantascienza, il testo esplora le conseguenze individuali e sociali della trasformazione dell’espressione in dato valutabile: dalla modifica della percezione di sé e dei comportamenti, fino all’alterazione dell’agenzia sociale. Il contributo propone una lettura non ideologica del tema, riconoscendo la legittimità degli obiettivi di sicurezza, ma evidenziando la necessità di trasparenza, proporzionalità e contestabilità quando sistemi basati sui dati personali partecipano a decisioni che incidono sull’accesso a esperienze fondamentali.
Quando l’opinione diventa frontiera
Year
2025
Reference Lab
Innovation By Design
La proposta USA sul controllo dei social media per l’ESTA e le conseguenze dell’uso dei dati di opinione
Il 10 dicembre 2025, negli Stati Uniti, è stata pubblicata una proposta che potrebbe ridefinire il modo in cui le persone vengono valutate prima di attraversare un confine. La misura prevede un ampliamento dei dati richiesti ai viaggiatori che fanno domanda per l’ESTA, includendo la cronologia dei social media degli ultimi cinque anni, insieme ad altri dati personali come indirizzi email, numeri di telefono e informazioni sui contatti. [1] A prima vista, la proposta viene presentata come un’estensione dei controlli di sicurezza. Ma, se osservata più attentamente, tocca una questione molto più profonda: cosa succede quando il pensiero, l’opinione e l’espressione individuale diventano dati da analizzare per decidere se una persona può accedere a un Paese, a un’esperienza, a una parte della propria vita?
L’ESTA (Electronic System for Travel Authorization) è un sistema di autorizzazione elettronica che consente ai cittadini di alcuni Paesi di entrare negli Stati Uniti senza visto per soggiorni brevi, fino a 90 giorni, per turismo o affari. È nato come strumento di semplificazione: un’alternativa rapida e digitale al visto tradizionale, basata su un set limitato di informazioni fornite online prima della partenza. La proposta del dicembre 2025 modifica profondamente questa logica. Non si tratta più solo di verificare dati anagrafici, documenti di viaggio o precedenti evidenti, ma di analizzare la presenza digitale del richiedente nel tempo, includendo ciò che ha scritto, condiviso, commentato o anche semplicemente lasciato visibile sui social network. [1] Questo spostamento è cruciale: il confine non è più solo fisico o amministrativo, ma diventa cognitivo e comportamentale. La proposta, attribuita a U.S. Customs and Border Protection (CBP) / Department of Homeland Security (DHS), introdurrebbe la scansione dei social media come “mandatory data element”: chi fa domanda ESTA dovrebbe fornire i propri social media degli ultimi 5 anni e la raccolta di ulteriori “high value data fields”, tra cui le email degli ultimi 10 anni, i numeri di telefono degli ultimi 5 anni, dati e dettagli su familiari. [1] La proposta non è automaticamente già “in vigore”: è una proposta in iter che prevede un periodo di consultazione pubblica di 60 giorni. [2]
Per chi intende entrare negli Stati Uniti con un visto, la richiesta di rendere accessibile la propria presenza sui social network non è un’innovazione recente. Già dal 2019, infatti, le procedure per la richiesta di visti sia temporanei sia permanenti prevedono l’obbligo di dichiarare gli account utilizzati sulle principali piattaforme digitali nel corso dei cinque anni precedenti, con alcune eccezioni limitate a specifiche categorie istituzionali. Fin dall’introduzione di questa misura, le autorità statunitensi hanno chiarito che l’attività online dei richiedenti viene considerata parte integrante del processo di valutazione dell’ingresso, al pari di altri elementi biografici come il percorso lavorativo, le esperienze di viaggio o i legami familiari. Secondo la posizione ufficiale, l’inclusione dei social media mira a rafforzare i controlli in materia di sicurezza nazionale, senza trasformarsi in un ostacolo generalizzato alla mobilità internazionale. Questo orientamento ha trovato una conferma anche sul piano giuridico: nel 2023, una decisione di un tribunale federale ha ritenuto legittimo l’utilizzo delle informazioni provenienti dai social network nell’ambito delle procedure di rilascio dei visti. Le contestazioni avanzate da alcune organizzazioni della società civile, che avevano messo in guardia dal possibile effetto dissuasivo sull’espressione online di artisti, ricercatori e operatori culturali stranieri interessati a recarsi negli Stati Uniti, non sono state accolte. [3]
Nella cultura digitale contemporanea siamo abituati a considerare i dati personali come qualcosa di “tecnico”: nome, indirizzo, numero di telefono. Ma una parte sempre più rilevante dei dati che produciamo riguarda ciò che pensiamo, preferiamo, crediamo. Post, like, commenti, meme condivisi, silenzi prolungati, relazioni online: tutto questo rientra in quella che possiamo definire “espressione”. Non è solo informazione su di noi, è manifestazione dell’identità, spesso situata nel contesto, nel tempo, nell’ironia, nella contraddizione. Trattare queste espressioni come input per un sistema di valutazione istituzionale significa fare un passaggio delicato: l’opinione non è più solo diritto, ma diventa segnale. Un segnale che può essere interpretato, pesato, correlato, e infine utilizzato per prendere decisioni che hanno conseguenze reali. Le espressioni di pensiero e preferenze online rimangono nel tempo come significanti permanenti analizzabili e utilizzabili da chiunque ne abbia accesso. [4-5]
In una democrazia, il confine tra tutela della sicurezza e libertà di espressione è sempre fragile. La proposta solleva una domanda che va oltre il caso specifico degli Stati Uniti: fino a che punto uno Stato può legittimamente valutare una persona sulla base delle sue opinioni espresse online? Il problema non è (solo) la presenza di contenuti illegali o violenti, che già oggi possono essere perseguiti. Il problema è la zona grigia, dove l’interpretazione entra in gioco: critiche politiche, sarcasmo, posizioni controverse, contesti culturali diversi. Quando l’accesso a un servizio fondamentale – come l’ingresso in un Paese – dipende da un’analisi di questo tipo, si introduce di fatto un giudizio sull’opinione, anche se non viene mai dichiarato apertamente. E questo è esattamente il tipo di dinamica che i sistemi democratici dovrebbero evitare, o quantomeno rendere estremamente trasparente e contestabile.
Pensiero e preferenza come dato personale
Sicurezza nazionale e dati di espressione
È però necessario evitare una semplificazione: leggere l’uso delle espressioni online esclusivamente come un giudizio sull’opinione rischia di oscurare un elemento centrale, ossia la responsabilità degli Stati di garantire la sicurezza nazionale. I sistemi di autorizzazione all’ingresso, come l’ESTA, nascono proprio con questo obiettivo: prevenire rischi concreti prima che si materializzino, riducendo la necessità di interventi successivi e più invasivi. In questo senso, l’analisi dei comportamenti digitali non viene introdotta come strumento ideologico, ma come tentativo di colmare un vuoto informativo in un contesto in cui le minacce non sono più esclusivamente territoriali, né sempre visibili attraverso i canali tradizionali. Le reti estremiste, criminali o terroristiche operano anche online; la radicalizzazione, il coordinamento e la propaganda passano spesso attraverso piattaforme digitali pubbliche o semi-pubbliche. Ignorare completamente queste tracce significherebbe rinunciare a una parte rilevante del quadro informativo disponibile.
Il problema, dunque, non è l’esistenza di un’esigenza di sicurezza, né l’uso dei dati in quanto tale. Il nodo critico emerge nel momento in cui strumenti nati per intercettare segnali di rischio vengono estesi a forme di espressione ambigue, contestuali o non direttamente riconducibili a minacce concrete. È in questo scarto che il confine tra prevenzione e giudizio diventa sfumato. Dal punto di vista progettuale e politico, la questione non è “se” utilizzare dati di espressione, ma come, con quali limiti e con quali garanzie. Un conto è l’individuazione mirata di indicatori di rischio specifici, verificabili e contestualizzati; un altro è l’uso estensivo e poco trasparente di opinioni, preferenze o reti sociali come proxy di affidabilità generale. In assenza di criteri chiari, l’espressione rischia di essere letta non come segnale da interpretare con cautela, ma come indizio di colpevolezza potenziale.
È qui che la tensione diventa strutturale: la sicurezza richiede anticipazione, mentre i diritti democratici richiedono proporzionalità, contestabilità e presunzione di innocenza. I sistemi intelligenti amplificano questa tensione perché trasformano segnali deboli in decisioni operative su larga scala. Un’analisi automatizzata può essere efficace nel ridurre l’incertezza, ma allo stesso tempo aumentare il rischio di errori sistemici, bias culturali e interpretazioni fuori contesto. Riconoscere la legittimità dell’obiettivo di sicurezza non significa quindi accettare qualsiasi mezzo. Al contrario, significa assumere che più un sistema è potente nel prevenire, più deve essere rigoroso nel delimitare ciò che considera rilevante. Senza questa delimitazione, la prevenzione può scivolare in una forma di controllo diffuso, dove l’opinione non viene punita in quanto tale, ma diventa una variabile di rischio permanente.
Usando la lente della fantascienza non come metafora sensazionalistica, ma come strumento di analisi degli effetti a lungo termine consideriamo il futuro dipinto dagli autori fantascientifici come rappresentazioni delle correnti paure e speranze della società. [6] La fantascienza ha spesso anticipato dinamiche che oggi riconosciamo come concrete possibilità progettuali e politiche. Non perché sia in grado di prevedere il futuro in modo deterministico, ma perché rende visibili le tensioni latenti tra tecnologia, potere e società. Nel caso del controllo dell’espressione individuale attraverso i dati digitali, molti racconti e narrazioni speculative convergono su un punto chiave: quando la visibilità diventa obbligatoria, l’espressione smette di essere libera e diventa performativa. [6]
Nel film The Circle (2017), [7] tratto dal romanzo di Dave Eggers, il potere non è esercitato apertamente da uno Stato, ma da una grande piattaforma tecnologica che progressivamente assume funzioni quasi governative. In questo mondo, la trasparenza totale viene presentata come valore morale e come requisito di appartenenza. Le persone non vengono punite per ciò che dicono esplicitamente, ma vengono messe sotto pressione per ciò che non condividono. La mancata esposizione, il silenzio, l’opacità diventano segnali sospetti. L’espressione non è più una scelta: è un dovere sociale. Nel romanzo, ancora più che nel film, emerge con forza una logica proto-istituzionale: il confine tra piattaforma e Stato si dissolve. Le opinioni, le preferenze, i comportamenti online non servono solo a personalizzare servizi, ma a valutare l’affidabilità dell’individuo. In questo scenario, l’assenza di dati equivale a una mancanza di trasparenza, e la mancanza di trasparenza equivale a colpa. È un passaggio concettuale cruciale, perché introduce un’idea che ritorna anche nelle politiche reali: non essere visibili diventa un problema. Questa dinamica si ritrova, con toni più esplicitamente politici, in Ten Years (2015), [8] antologia ambientata in una Hong Kong di futuro prossimo, dove il progressivo restringimento delle libertà civili passa anche attraverso il controllo dell’espressione pubblica. Qui non c’è una piattaforma benevola, ma uno Stato autoritario che monitora e punisce il dissenso. Le parole, i gesti simbolici, le prese di posizione diventano tracciabili e sanzionabili. L’espressione non è più uno spazio di confronto, ma una fonte di rischio.
In Black Mirror – Hated in the Nation, [9] il meccanismo si sposta ancora: la valutazione non è individuale e continua, ma collettiva e episodica. Un’infrastruttura tecnologica governativa analizza su larga scala l’attività sui social media, e l’odio espresso online diventa il criterio che innesca conseguenze reali e irreversibili. Qui la responsabilità sembra distribuita, “è la folla che decide”, ma in realtà è l’infrastruttura che rende possibile la traduzione dell’espressione in condanna. L’opinione pubblica diventa un’arma solo perché esiste un sistema che la raccoglie, la amplifica e la rende esecutiva.
Questa idea dell’espressione come prova ritorna in modo ancora più esplicito in Little Brother [10] di Cory Doctorow. Dopo un attentato, il governo utilizza la sorveglianza massiva dei comportamenti digitali per identificare sospetti e “potenziali nemici”. Qui l’attività online non è più solo un segnale, ma evidenza. Messaggi, connessioni, tracce digitali vengono interpretati come indizi di lealtà o di minaccia. Il romanzo mette in luce un punto fondamentale: quando il contesto viene perso, l’espressione diventa facilmente colpevole.
Un passaggio ulteriore è rappresentato dal videogame Watch Dogs, [11] dove una città intera è governata da un sistema operativo urbano che integra dati personali, reti sociali, consumi e comportamenti per assegnare livelli di rischio e abilitare interventi preventivi. Qui non c’è più distinzione tra sicurezza, governance e servizio: tutto confluisce in un unico sistema algoritmico che classifica le persone. L’individuo non è giudicato solo per ciò che dice, ma per ciò che fa, compra, frequenta, attraversa. Ed è proprio qui che il discorso si amplia oltre i social media. Se oggi parliamo di opinioni, preferenze ed espressione online, la domanda successiva è inevitabile: cosa succede quando anche i consumi e i comportamenti quotidiani diventano criteri di valutazione?
In QualityLand, [12] la risposta è portata all’estremo in chiave satirica: i cittadini sono classificati da un punteggio ufficiale che determina diritti, opportunità e relazioni. Il punteggio non deriva solo da ciò che si dice, ma anche da ciò che si compra, da come ci si comporta, da quali scelte di consumo si fanno. È una caricatura, ma strutturalmente precisa: mostra come l’identità venga ridotta a un indice sintetico, apparentemente oggettivo, ma profondamente normativo. Molte di queste narrazioni si ispirano, più o meno direttamente, all’idea di un social credit score governativo, in cui i cittadini vengono valutati sulla base di comportamenti, relazioni ed espressioni pubbliche. Anche se non si tratta di un’opera di finzione specifica, questo modello ha influenzato fortemente l’immaginario distopico contemporaneo. La differenza fondamentale tra questi scenari e le democrazie liberali non sta tanto negli strumenti, quanto nel grado di trasparenza, contestabilità e proporzionalità.
La fantascienza, nel suo insieme, non ci dice che questi futuri siano inevitabili. Ci mostra però una traiettoria ricorrente: quando espressione, comportamento e consumo vengono trasformati in dati valutabili, il potere non ha più bisogno di proibire. Gli basta classificare. E quando la classificazione determina l’accesso a esperienze fondamentali (viaggiare, partecipare, appartenere) allora l’opinione smette di essere solo una forma di libertà e diventa una condizione di accesso. Questi racconti distopici mostrano cosa accade quando l’espressione pubblica viene costantemente osservata e valutata: le persone cambiano. La prima trasformazione riguarda la percezione di sé. Se so che i miei contenuti possono essere letti per decidere se sono “idonea” a entrare in un Paese, inizio a chiedermi: chi sono io nei miei dati? L’identità non è più ciò che sento di essere, ma ciò che un sistema può dedurre da me. Nasce una sorta di specchio deformante: mi riconosco nella rappresentazione algoritmica o cerco di correggerla? La seconda trasformazione riguarda il comportamento. La consapevolezza del giudizio genera autocontrollo: evito certi temi, modero il linguaggio, rinuncio all’ironia, cancello post passati. Non perché siano sbagliati, ma perché il rischio dell’interpretazione errata è troppo alto. Infine, cambiano le relazioni interpersonali. Se anche il mio network entra nel perimetro di osservazione, inizio a considerare le connessioni non più solo come relazioni sociali, ma come potenziali fonti di rischio reputazionale. [13]
Quando questi meccanismi non riguardano più il singolo ma diventano sistemici, l’impatto è sociale. La possibilità di essere giudicati sulla base dell’espressione online modifica l’agenza sociale, cioè ciò che le persone sentono di poter fare, dire, rivendicare nello spazio pubblico. La conseguenza più probabile non è l’esplosione del conflitto, ma il suo contrario: l’appiattimento. Meno dissenso visibile, meno sperimentazione, meno pluralità espressiva. Non perché la società sia più d’accordo, ma perché il costo del disaccordo diventa opaco e potenzialmente elevato. [13]
Le conseguenze sull’individuo e sulla società
I nodi critici: quando l’esperienza dipende dall’opinione
La proposta non si limita ad ampliare un insieme di dati richiesti: tocca alcuni nodi profondi che riguardano il rapporto tra individuo, informazione personale e sistemi decisionali. In particolare, mette in tensione il modo in cui le persone costruiscono e riconoscono la propria identità, il modo in cui accedono a servizi ed esperienze, e il modo in cui vengono giudicate all’interno di sistemi sempre più automatizzati.
Uno dei primi effetti riguarda il self-mirroring nei dati. Quando informazioni personali vengono raccolte, elaborate e restituite sotto forma di valutazioni o decisioni, l’individuo tende a riconoscersi (o a essere costretto a riconoscersi) nella propria rappresentazione digitale. L’identità non è più solo un processo interno o relazionale, ma diventa qualcosa che prende forma attraverso i dati prodotti e interpretati dal sistema. La domanda implicita non è più “chi sono io?”, ma “chi risulto essere nei miei dati?”. In questo scarto si genera una tensione profonda: il soggetto può perdere il controllo sulla narrazione di sé, mentre il sistema assume un ruolo attivo nella definizione di ciò che è considerato accettabile, coerente o desiderabile.
A questa dimensione identitaria si lega direttamente il tema del consenso o della negazione dell’accesso ai servizi. Qui il servizio non è un’applicazione o una piattaforma digitale, ma l’ingresso in un Paese, la possibilità di viaggiare, lavorare, partecipare a un’esperienza di vita. Quando l’accesso viene mediato dall’analisi dei dati personali, il consenso smette di essere un atto neutro: diventa una condizione per non essere esclusi. La scelta non è realmente libera, perché il rifiuto di fornire informazioni può tradursi nella perdita di opportunità concrete. Questo sposta il potere decisionale dal soggetto al sistema, trasformando l’informazione personale in una sorta di pedaggio invisibile.
Un ulteriore nodo critico riguarda l’alterazione del rischio di giudizio. I sistemi che elaborano dati personali, soprattutto quando supportati da processi automatici o algoritmici, possono non essere in grado di cogliere pienamente il contesto, l’ironia, il cambiamento nel tempo o le ambiguità dell’espressione umana. Un contenuto può essere interpretato in modo errato, un collegamento può essere sovrastimato, un pattern può essere scambiato per intenzione. In questi casi, l’errore non rimane confinato all’interno del sistema: produce effetti reali, spesso sproporzionati rispetto alla causa. Il rischio non è solo quello di un giudizio sbagliato, ma di un giudizio che non può essere facilmente compreso né contestato.
Questa dinamica incide direttamente sulla qualità della vita. Quando decisioni rilevanti vengono prese sulla base di interpretazioni dei dati personali, anche una semplice opinione può trasformarsi nella perdita di un’opportunità: un viaggio negato, un’esperienza rimandata, una possibilità di relazione interrotta. La vita quotidiana viene così condizionata da meccanismi opachi, che agiscono a monte delle scelte individuali. Le persone non modificano solo i loro comportamenti digitali, ma riorientano aspettative, desideri e progettualità, spesso in modo preventivo.
Infine, emerge con forza il tema della consapevolezza e del controllo sui dati. Chi ha accesso alle informazioni raccolte? Dove vengono conservate? Per quanto tempo? Con quali possibilità di verifica o di opposizione? La mancanza di risposte chiare a queste domande genera una perdita di fiducia nei sistemi e un senso diffuso di esposizione. Non è solo una questione di privacy in senso stretto, ma di asimmetria informativa: il sistema “sa” molto dell’individuo, mentre l’individuo sa poco del funzionamento del sistema.
Nel loro insieme, questi temi mostrano come l’uso dei dati personali non sia mai neutrale. Ogni scelta che riguarda la raccolta, l’elaborazione e l’utilizzo delle informazioni contribuisce a ridefinire i confini dell’azione individuale e della partecipazione sociale. È proprio in questo spazio, tra opportunità e conseguenze, che si gioca la responsabilità dei sistemi intelligenti e delle istituzioni che li adottano.
Anche se la proposta è statunitense, per un lettore europeo è impossibile non fare un confronto con il quadro normativo dell’UE. Il GDPR, con i suoi principi di minimizzazione, trasparenza e limitazione delle finalità, rende immediatamente evidenti le tensioni di un sistema che raccoglie grandi quantità di dati espressivi per una decisione così rilevante. Ancora più delicato è il tema dell’uso dell’intelligenza artificiale. È difficile immaginare che milioni di profili social vengano analizzati manualmente. Se entrano in gioco sistemi automatici, emergono problemi ben noti: bias, errori di contesto, incapacità di comprendere sarcasmo, ambiguità culturali, evoluzione del linguaggio. L’AI Act europeo affronta proprio questi rischi quando parla di sistemi che “giudicano” le persone in contesti ad alto impatto. Anche se non applicabile direttamente agli USA, mostra chiaramente che il problema non è tecnologico, ma politico e culturale.
La proposta del 10 dicembre 2025 è ancora in discussione, e potrebbe essere modificata o ridimensionata. Ma il suo valore principale è simbolico: rende esplicito un cambiamento già in atto. [2] La domanda non è solo se sia giusto o sbagliato raccogliere dati dai social media. La domanda è più radicale: vogliamo vivere in sistemi in cui l’espressione personale diventa un prerequisito di accesso, e non solo un diritto? Se l’opinione diventa frontiera, allora la libertà di espressione non scompare. Cambia forma. E capire questa trasformazione è forse la vera sfida dei sistemi intelligenti contemporanei.
Conclusione: una domanda aperta
Fonti
- [1] Federal Register Vol. 90, No. 235. 10/12/2025. Estratto da https://www.govinfo.gov/content/pkg/FR-2025-12-10/pdf/2025-22463.pdf
- [2] S. Bhaimiya, U.S. to mandate checks of some tourists’ social media history from past 5 years. CNBC, 10/12/2025. Estratto da https://www.cnbc.com/2025/12/10/us-to-inspect-tourists-social-media-history-from-past-5-years-.html
- [3] A. Migliorisi, Viaggi negli Usa, che cosa cambia con il controllo dei social degli ultimi 5 anni. Il Sole 24 Ore, 11/12/2025. Estratto da https://www.ilsole24ore.com/art/viaggi-usa-che-cosa-cambia-il-controllo-social-ultimi-5-anni-AIVdZ6L
- [4] M. Pillan, L. Varisco, and M. Bertolo, Facing Digital Dystopias: A Discussion about Responsibility in the Design of Smart Products, Proceedings of the Conference on Design and Semantics of Form and Movement – Sense and Sensitivity, DeSForM 2017. InTech, Oct. 18, 2017. doi: 10.5772/intechopen.71121.
- [5] L. Varisco, Personal Interaction Design: introducing in the design process the discussion on the consequences of the use of personal information. PhD thesis, Politecnico di Milano, Milan (Italy), 2019. https://hdl.handle.net/20.500.14242/206264
[6] Shapiro A. N., The Paradox of Foreseeing the Future. 2016. Estratto da http://www.al¬an-shapiro.com/the-paradox-of-foreseeing-the-future-by-alan-n-shapiro/ - [7] Ponsoldt, J. (Regista). The Circle [Film]. 2017. Image Nation.
- [8] J. Au, K. Chow, Z. Kwok, K. Ng, and F. Wong (Registi). Ten Years [Film]. 2015.Ten Years Studio.
- [9] J. Hawes (Regista). Black Mirror – Hated in the Nation [Episodio]. 2016. House of Tomorrow.
- [10] C. Doctorow. Little Brother. 2008. Tom Doherty Associates.
- [11] J. Morin. Watch Dogs [Videogame]. 2014. Ubisoft.
- [12] M. Kling. QualityLand. 2017. Ullstein.
- [13] L. Varisco, Going beyond the problem of privacy: individual and social impacts of the use of personal information in connected services, 2022 https://cumulusroma2020.org/proceedings/